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Contributi, Spazi Sociali

01-06-2017

La nascita del Leoncavallo: Roberto Cimino

di Leoncavallo SPA

Roberto Cimino fa parte del comitato che nel 1975 decide di occupare gli spazi di via Leoncavallo 22

La nascita del Leoncavallo: Roberto Cimino

Io ero un militante di Avanguardia Operaia (AO), un'organizzazione politica che all'epoca - 1975 - aveva deciso di dare via libera a una serie di occupazioni che superassero la questione del problema abitativo. Il movimento d'occupazione delle case era un po' in declino in quel momento, non aveva più il deterrente esplosivo che aveva negli anni precedenti - '72, '73, '74 -; le masse giovanili avevano perso molto interesse per questa battaglia politico- sociale. C'era il desiderio di trovare un nuovo elemento aggregante per gli abitanti dei quartieri. Qualcuno aveva iniziato a proporre occupazioni per dar sfogo a esigenze creative che emergevano tra i compagni; nacquero cosi' esperienze quali il "Centro Sociale Santa Marta", e altri del genere, in cui sorsero scuole dirette dal Circolo "La Comune" che stava formandosi. Io facevo parte d'un comitato di quartiere "Casoretto". Subito dopo il sorgere del comitato "Lambrate", da "Casoretto" usci' anche un gruppo di "ex-cattolici" - li chiamo così perché provenivano dall'oratorio della parrocchia vicino all'interno del quartiere -. Il comitato "Lambrate" aveva assunto il compito di cercare lo spazio, e informare successivamente gli altri compagni sui luoghi individuati. Tra le molte opportunità vagliate, c'era sfuggito quel capannone - il futuro Leoncavallo - che avrebbe avuto tanta importanza negli anni successivi. La scoperta di quel capannone avvenne per puro caso in quanto non si poteva vedere dalla parte di via Leoncavallo cosa realmente contenesse quell'area. Andando in via Mancinelli - sul retro dell'edificio - ci accorgemmo che c'era una piccola rientranza; ma non ci si era resi conto dell'area che che si celava dietro il primo edificio. Non ci accorgemmo che quella prima fabbrichetta era solo una piccola parte di un area complessa molto più grande; solo dopo averla occupata si scopri' l'ampiezza del luogo. Noi eravamo convinti di occupare un edificio segregato in una via secondaria, la realtà si mostrò ben differente. Finalmente dopo una riunione, fu deciso d'occupare proprio quello stabile. Organizzammo una manifestazione chiamando un po' di amici che avevamo, ma mentre il corteo attraversava il quartiere, vedemmo che il numero dei partecipanti aumentava. Solo in cinque conoscevamo il luogo che avremmo occupato; ricordo ancora - con un certo divertimento - le facce dei compagni che assistettero a un comizio in via Mancinelli, dove non c'era assolutamente nulla. Solo alla fine di quel comizio indicammo ai compagni presenti il luogo da occupare. Un particolare fu altrettanto singolare: per rendere ancora più plateale l'occupazione, la sera prima avevamo chiuso noi la porta dello stabile con un lucchetto, l'accesso era infatti libero. Sfondammo quindi la porta a picconate. La grossa scoperta, una volta entrati, fu quando salimmo sul tetto e ci si rese conto che c'era un cortile con una serie numerosa di edifici; spaccando un fragile muro di divisione e le sue aree furono riunificate. Da quel pomeriggio prese il via un lavoro massacrante di riassestamento. Le condizioni dello stabile erano pietose; la casa farmaceutica (che era l'allora proprietaria dello stabile) aveva abbandonato macchinari, scatoloni, fiale, tappi, ecc... Ci vollero molte settimane per riordinare, ma forse fu un bene perché quando la gente si attivizza sui lavori scatta un forte meccanismo di coesione nel gruppo. Avevamo tutti la sensazione che la polizia ci potesse sgomberare; vi era anche il timore di eventuali possibili attacchi fascisti, era il 1975 periodo in cui squadracce erano molto attive. Poi col passare del tempo ci si rese conto che l'eventualità d'essere sgomberati si allontanava perché il Centro diventava sempre più grosso; in quel periodo i movimenti potevano portare in piazza 20-30.000 persone, quindi sgomberare non era semplice. Per il primo anno comunque l'incertezza sulle sorti del Centro era forte; basti pensare che quando andammo in vacanza chiudemmo letteralmente la porta, fu una sorpresa vedere quando tornammo, che il centro non era stato evacuato. A occupare per i primi tempi il Centro, non c'era nessuna forza politica salvo AO e gli "ex-cattolici" che si dichiaravano libertari. Le organizzazioni vennero quattro mesi dopo. La presenza degli anarchici fu molto importante in quanto diedero vita, riciclando delle vecchie offset, a una stamperia collegata con il movimento anarchico; grazie a quella stamperia potemmo stampare molti manifesti per informare il quartiere delle iniziative. La notte successiva all'uccisione di Fausto e Iaio (l8/3/78) proprio in quella stamperia furono tirati 150.000 manifesti che arrivarono, attraverso le vie più disparate, in tutta Italia e Europa. A fianco dell'attività della stamperia, un'altra attività importante che ricordo fu quella che svolgemmo nel capannone adibito a teatro. Si tennero in quello stabile una miriade di assemblee, concerti, rappresentazioni teatrali. Nell'ambito del Leoncavallo sorse anche la prima "casa delle donne"; per testimoniare l'esperienza di separatismo, sia culturale che fisico, espressa dalle compagne del comitato di quartiere, lo spazio adibito a questa funzione fu separato con un muro dal resto del Centro, ci si poteva accedere solo entrando da via Mancinelli. Presso la "casa delle donne" furono organizzati gruppi di autocoscienza che si diedero strumenti politici specifici in polemica con la prassi tradizionale. L'esperienza della "casa delle donne" duro' quasi un anno, se non ricordo male. Nanni Svampa e Lino Patruno vennero soventemente al Centro dove si tentava di far decollare una scuola di musica; anche la PFM e gli Area parteciparono più volte alle attività. Noi, con le poche conoscenze che avevamo, eravamo in realtà riusciti a coinvolgere molti artisti. Alcuni amici che iniziarono allora a fare teatro alternativo, ci chiesero uno spazio; così ospitammo l'esperienza - seppur breve - della Compagnia di Teatro Popolare, e la nascente Compagnia dell'Elfo. Suonò anche Battiato - al tempo sconosciuto - ma quella serata fu un vero fiasco perché questo, dopo aver trasformato il palco in una base simile a quella della NASA, passò la serata a far musica incomprensibile, e io mi presi del pirla per averlo portato a suonare. Altre attività coinvolsero più specificatamente la gente del quartiere, per esempio la "Scuola Popolare" che permise a molti lavoratori di conseguire la Licenza media. Bastava che un gruppo presentasse un progetto al comitato di gestione e si apriva così un'altra attività; non escludo che oltre al tentativo di dar vita a una stazione radio (Radio Specchio Rosso), a una scuola di falegnameria, non vi fosse anche una scuola di taglio e cucito. Queste attività ci consentirono di avvicinare al Centro anche persone non più giovani, anzi direi che per un certo periodo molti residenti del quartiere vi transitarono. La ricerca di un rapporto con il quartiere ci aveva contraddistinto dagli altri Centri Sociali di tipo "indianoide", che sorgevano all'epoca. Questo per noi era intervento politico; così come lo era il fatto di cercare costantemente un rapporto con il Consiglio di Zona, e il confronto con le organizzazioni sindacali di zona. La mia partecipazione alle attività del Centro è terminata nel '78, dopo i funerali di Fausto e Iaio; successivamente non ci tornai più. La vicenda dell'assassinio dei due compagni mi aveva scosso molto. In quegli anni io stentavo a comprendere cosa fosse in realtà  il "fenomeno droga". lniziava allora a dilagare tra i militanti che erano ai margini del movimento, ma non aveva ancora assunto le caratteristiche che successivamente avrebbe assunto. Al Leoncavallo da tempo un gruppo di compagni - provenienti dall'esperienza del "Casoretto" - aveva iniziato a costruire delle "ronde anti spaccio" nel quartiere; successivamente successivamente decisero di iniziare a indagare sullo spaccio a Milano. Ma questo gruppo, purtroppo, non aveva contatti con il comitato di gestione; era formato prevalentemente da compagni molto giovani. Fu un errore il non accorgersi che un gruppo di compagni giovani aveva iniziato un lavoro così pericoloso. Ricordo bene la sera in cui vennero assassinati i compagni Fausto e Iaio; in quella sera doveva iniziare il festival blues, organizzato dal Centro. Io arrivai verso le nove al Leoncavallo, mentre arrivavo vidi alcuni compagni correre verso via Mancinelli; allora scesi dal pulmino su cui mi trovavo e mi unii ai compagni che mi informarono dell'accaduto. Me ne andai dal Centro subito dopo i funerali, come dicevo prima, ma la mia scelta non fu dovuta solamente al dramma della vicenda dei due compagni. Nel '78 iniziavano ad aprirsi divergenze politiche all'interno della gestione del Centro - io vedevo l'occupazione come uno spazio di aggregazione alternativa, un tentativo di ricomposizione di classe sul territorio; altri la intendevano come luogo per condurre battaglie politiche di carattere più duro. Il comitato di gestione non riusciva più a controllare le attività del Centro; sorgevano gruppi di analisi formati da sconosciuti: ci si stava disarticolando. Non sono più entrato da quel momento al Leoncavallo. Ci ho rimesso piede la sera successiva allo sgombero per vedere cosa era stato fatto di quella esperienza durata per ben quattordici anni. Mi ero abituato all'idea di questo centro con cui non avevo più rapporti da anni, ma che quando ci passavo davanti vedevo ancora in piedi e funzionante. Per reazione, dopo lo sgombero, ho pensato "se si decide di occupare un nuovo spazio, io ci sono"; oppure "speriamo che la Scotti costruisca la sua bella palazzina, cosi' potremo avere un Centro con telefoni e aria condizionata". I tre anni in cui ho vissuto l'esperienza del Leoncavallo sono così intensi e fondamentali per la mia vita che non posso nemmeno fare un bilancio; varrebbe la pena di ricordarli per intero.